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18 maggio 2012 5 18 /05 /maggio /2012 19:12

Riserva. Sia che si eserciti nel senso di tutela o di accumulo, questo termine sottende comunque un momento di riflessione. Per questo sul finire del 2011 la Riserva Storica dei Sangiovesi di Romagna ha rappresentato un momento di confronto sul vitigno simbolo di questa regione ma non solo.

Scritto da Marco Tonelli il 18 maggio 2012


SangioveseRimagnaRiservaStorica

Innanzitutto il caveau di Bertinoro ha cominciato ad ospitare una selezione, curata da Giorgio Melandri, di bottiglie prodotte in Romagna che per una qualche precisa peculiarità hanno rappresentato o rappresentano un fattore di unicità. Annata, terroir, tecniche di allevamento e di cantina, rappresentano le variabili che tra alcuni anni forniranno alcune indicazioni su quali possano essere i terreni reali o progettuali su cui il Sangiovese sia in grado non solo di esprimersi meglio. Nell’immediato la degustazione di 25 bottiglie della riserva non solo ha rappresentato la riprova immediata dell’espressività e della longevità varietale, ma al tempo stesso è riuscita a mostrare la crescita di un territorio e dei propri vignaioli. Infine l’assaggio ha finalmente messo in luce l’aspetto indipendente di una zona di produzione che ad oggi ha rotto le riserve – una volta per tutte- di chi inquadrava il Sangiovese romagnolo come un vino poco interessante, relegandolo al tempo stesso ad esercitare un ruolo ancillare rispetto al dirimpettaio toscano.

L’apertura della degustazione ha visto il Vigna Lepri 1970 di Fattoria Paradiso, il 1975 in versione Rocca di Ribano di Spalletti e in quella prodotta da Giuseppe Nicolucci e, infine, il 1979 Sangiovese Riserva prodotto da Cesari. Il fil rouge che ha legato questi vini è indubbiamente quello di aver mal sopportato tanti anni di bottiglia, pur riuscendo a denotare tra le fitte evidenze di ossidazione, anche cromatiche, una materia comunque individuabile. Frutto di anni in cui si considerava ancora d’annata o poco più, il Sangiovese anni ’70 non godeva certo di tecniche di cantina che facessero risaltare le doti di longevità. Un aspetto che negli anni ’80, come detto, farà capolino in Romagna grazie alla volontà di personaggi faro dell’enologia di queste latitudini. La nascita di aziende come Castelluccio portò in Romagna non solo Gian Vittorio Baldi e Veronelli, ma soprattutto un’idea di una viticoltura in grado di dare vita ad un territorio nel suo complesso. Questo permise, tra l’altro, di godere di una lungimiranza che non si limitò ad affidare al baronato e baronale mondo degli enologi di grido ma addirittura cercò di trascinare nella novità del progetto figure nuove, ma non per questo prive di talento, come una serie di giovani enologi e agronomi come Bordini e Fiore. La visione di vinificazioni separate e l’utilizzo di barrique ha dato il via a numerosi produttori che da questo punto in poi hanno preso coraggio e consapevolezza di cosa fosse in grado di produrre la viticoltura romagnola. Ad oggi Il Castelluccio Ronco delle Ginestre ’82 presenta un frutto rotie con accenni di vulcanizzazione ma anche una beva abbastanza snella con accenni fruttati e di macchia mediterranea. Ma gli anni ’80, oltre a portare una ventata progettuale del tutto nuova, hanno contraddistinto una compiutezza produttiva per alcuni produttori come Giuseppe Nicolucci. La riprova liquida assaggiata con i suoi Sangiovese Superiore Dlà Pré 1981 presenta ancora una bocca contraddistinta da acidità ancora ben affilata. Altri vini degustati:

Nicolucci Sangiovese 1975 (non giudicabile)
Naso ossidato con evidenze di frutta secca e punte di liquirizia. La bocca invece mostra un contrappunto acido e metallico. Il corpo del vino è altrove, rimane l’anima del Sangiovese che fu.

Umberto Cesari Sangiovese Riserva numerata privata 1979 (75)
Evidenze ossidative al naso che non compaiono invece in bocca. Il sorso infatti propone ancora polpa e spezia. Poca marmellata ma, per fortuna, ancora tanto frutto.

Podere dei Nespoli Borgo Guidi 1983
Qualche accenno di cedimento a livello cromatico. Il naso evidenzia sensazioni di fieno, con accenni mentolati e un frutto timido ma presente. In bocca la polpa, poca, è totalmente slegata da un’acidità tagliente e coprente

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Published by danielacorrente l' en@gastr@profumiera - in cucina
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